11.09.2012
LE SFILATE

La stagione delle FW è partita, eccome se è partita. Io voglio ringraziare il dio che non c'è per avermi salvata e avermi impedito, per questa stagione, di partecipare a qualsivoglia sfilata in giro per il dannato-amato mondo. 
Lo so, lo so. In fondo non è vero, mi lamento ma poi le sfilate mi piacciono. Sì sì, ah ah.
Quest'anno però non ce l'avrei fatta, sono diventata ancor più cinica e sarcastica di sempre e avrei passato il tempo sperando che qualche modella magra come un grissino Rio Mare cadesse, oppure che avvenisse un tetro delitto nel backstage di Marras, così da trarne ispirazione per il mio romanzo. A febbraio andrà meglio, andrà sicuramente meglio.
Così, il karma ha lavorato bene, e tra la fine del periodo a Glamour e il trasferimento a Parigi, non riuscirò a seguire né l'una né l'altra FW. Che sfiga, dico io.
Un po' di sfiga in effetti c'è. Di solito alle FW faccio il pieno di aneddoti da raccontare agli amici profani davanti a un bicchiere di Syrah, a quattordicimila sigarette e a un tagliere di salumi.
Vedo cose che chi non sa chi sia Stefano Pilati non può nemmeno immaginare, incontro gente che uno della CIA penserebbe provenire da un cratere di Marte (ci sono i crateri, su Marte?), faccio cose che neanche un minatore cambogiano riuscirebbe a sopportare.
Siamo tutti sulla stessa barca, lo so. Ma a voi forse piace, a me inquieta.
Voglio dire.
La roba è sempre la stessa.
Ti svegli la mattina con il programma della Camera Della Moda o ancor peggio di Mode à Paris che ti fissa severo dal comodino e ti dice “Ehi, sciacquetta, cosa fai ancora a letto alle 7.30? La sfilata di Moschino/Chloé è alle 9, devi farti la doccia, non mangiare, piastrarti i capelli, incastrare il culo in una mini di Margiela, arrampicarti sui quindici centimetri di Rodarte!”.
Ti alzi dal letto, maledicendo il giorno in cui hai detto “Mamma, voglio fare la giornalista di moda!” e ti butti sotto la doccia, sperando che un po' di acqua e bagnoschiuma ai fiori di pesco ti rendano attraente come una qualsiasi delle modelle quattordicenni di Fendi. Invece finisci per assomigliare al ginocchio sinistro della Dello Russo.
E va beh, si va avanti.
Arrivi davanti alla sfilata di Moschino, con la rabbia di una tredicenne alla quale hanno vietato il concerto di Justin Bieber e ti piazzi lì, col tuo invito finto figo nella mano sinistra e una sigaretta storta nella mano destra. Tutto potrebbe sembrare pressoché regolare, forse anche sopportabile, finché non inizia l'apocalisse.
Vecchie cariatidi che sperano nella vita eterna ti stordiscono con il loro profumo opulento da porno anni '80, giovani aitanti blogger armate di pericolosissime reflex cinguettano nelle loro gonne plissettate di Zara, checche isteriche addobbate come un albero di Natale a Brindisi est si scambiano pareri al fulmicotone sulle modelle lituane drogate di Lexotan.
Inizia l'incubo. Ti volti e vedi la blogger di FashionIsFashionIamFashionSoFashionIsMe in una posa che ti fa preoccupare. Ha la mano destra ad ala di fagiano che mostra con finta casualità la parure di anelli H&M+Bershka, mentre la gioiosa mano sinistra rimembra i bei tempi dei dinosauri, stringendo come un velociraptor contemporaneamente l'invito agognato e la pochette in poliuretano espanso.
Ti giri dall'altra parte e vedi un giapponese con i pantaloni del pigiama, un cappello giallo tuorlo d'uovo rancido e una borsa a forma di teiera che sorride senza muovere un muscolo, respirare, vivere.
E' immobile anche lui, come la blogger.
Inizi ad avere dei sospetti, un brivido ti attraversa le spalle.
La conferma arriva quando la coppia di amici snob così formata: lei con canappia, culo grosso, bracciale di Hermès+lui frocissimo con ciuffo alla primo David Gahan, skinny jeans verde schifo e anello col teschio rubato al fratello undicenne metallaro, resta bloccata in una posa tipo così:
-Lei ride, inclinando la testa un po' all'indietro
-Lui le stringe un polso con una faccia che dice “cara, che mondo di plebei”.
Ci tengono a dimostrare a tutti, ma soprattutto a Scott e ai suoi amici, quanto si stiano divertendo e quanto siano perfettamente a loro agio.
Ecco. Arriva il momento. 
All'inizio ti sembra sempre un'illusione, ma non ci metti molto a capire che non è così. 
Senti un rumore, QUEL rumore. Poi senti una voce che dice QUELLA frase.
È finita.
“Hey, can I take you a picture?”.
Porca troia, no.
Intorno a te senti un turbinio di egocentrismo inutile scagliarsi con foga contro le lenti di quella sfigata della macchina fotografica di Schuman. Restano tutti immobili, nella loro posa migliore (?!?) e aspettano, con la stessa speranza con la quale una Ombretta qualunque aspettava il ritorno del suo amato Nino dal fronte nel 1944.
Lui scatta, a caso, cercando nella sua mente artistoide un'idea innovativa tipo la bici, il cane, il bambino, la serranda. Poi, una volta avuto il suo coito fotografico se ne va fiero e gongolante.
Loro sciolgono quasi del tutto le pose da Polaretti Dolphin in freezer dal maggio del 1994 e pregano la Madonna dell'Acero che la loro faccia avvenente finisca nella homepage di Sartorialist, di Vogue Vietnam, di Elle Groenlandia e di Harper's Bazaar Città Del Vaticano. 
Probabilmente, non succederà. Si spera.
A un certo punto i PR dell'ufficio stampa decidono di farti il regalo più gradito. Ti guardano come se fossi un clochard che puzza di piscio, ti strappano il pezzo di cartone con scritto Moschino AW 20equalcosa-20equalcosadopo e ti fanno entrare non senza aver vomitato davanti al tuo look che fa troppo Ter et Bantine 2009. 
Ti siedi, sola come un pensionato in posta, e che fai? Aspetti. Il mondo ti fa schifo. Ti sembra di essere una disperata, lo sei. 
Poi arrivano i vip e capisci che la vita e bella e che forse dio esiste perché sennò non ci sarebbero le soubrette con le labbra gonfie di botox, né i calciatori unti, né le vecchie giornaliste che non deambulano ma hanno conosciuto Christian Dior nel 1951. 
Le blogger anoressiche di San Diego si siedono in prima fila, tra qualche direttrice di magazine armata di occhiali da sole neri come il catrame, dei buyer buzzurri e quattro attrici diciannovenni che recitano nei film di Tornatore. 
Tu ti infili in un posto a caso, senza mai guardare fila e posto assegnato. Chissenefrega, l'importante è che la sfilata non faccia troppo schifo e che la soundtrack non sia una sviolinata noise-core cacofonica. Il posto migliore, comunque, è sempre quello più vicino ai fotografi perché a loro non gliene frega niente della sfilata, ma chiamano le modelle con modi da Lino Banfi nel Commissario Lo Gatto e si gasano quando cade una spallina e si intravede una minuscola tetta (io, alle sfilate, mi sento sempre una maggiorata perché ho una prima).
Le luci si spengono, poi si riaccendono. A intermittenza. E ti ricordi di quando andavi in discoteca il sabato sera a quindici anni e alle due avevi già il taxi che ti aspettava fuori, dannazione.
Eccole che arrivano, le signorine. Le vedi camminare a fatica su tacchi improbabili e l'unica cosa alla quale riesci a pensare è che vorresti andare alla rosticceria più vicina, ordinare delle lasagne e portargliele nel backstage. 
Bene che vada la collezione non è male e magari ti emoziona pure, perché ci ritrovi una speranza di un qualche senso estetico ormai perduto. 
Tutto finisce, prima che tu possa aver capito cosa è successo. 
Il designer si affaccia sull'ingresso, spesso vestito come un fruttivendolo di Marsiglia, saluta col sorriso da ebete e si piglia gli applausi a caso. 
Ti alzi, vai nel backstage e pensi di aver sbagliato tutto nella vita. 
Vedi decine di modelle impazzite che lanciano nel vuoto abiti che costano come una Cadillac e che si infilano anfibi e ascoltano i Rammstein. 
Il buffet post sfilata prevede acini d'uva e noci.
Ricca bontà!
Intervisti il designer che se la tira come un cretino e te ne vai, via verso il prossimo incubo. 
In realtà tutto questo mi piace un sacco e mi fa capire perché, in un impeto di follia, anni fa mi iscrissi ad antropologia. 



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